Maker e città. La rivoluzione si fa con la stampante 3D?

di Marianna D'Ovidio e Chiara Rabbiosi
Feltrinelli, 2017

Il volume si concentra sui laboratori maker per due motivi principali: anzitutto perché rappresentano uno degli aspetti della fabbricazione digitale più visibile; sono luoghi fisici, inseriti molto spesso in contesti urbani, e potenzialmente hanno un forte impatto sulle città. In secondo luogo sono contesti in cui è possibile trovare una commistione tra innovazione tecnologica e valori (culturali, morali, economici e politici) che conferiscono un senso all’innovazione stessa. Ed è questo ultimo aspetto che, in particolare, trova il suo humus nella città, perché nel contesto urbano si concentrano istituzioni, persone ed eventi, e si diffondono saperi e culture, più che altrove.


Recensione (di Samantha Cenere): Il volume va a rispondere ad un’attesa che da tempo si avvertiva tra chi, in Italia, si interessa di Studi Urbani e processi di sviluppo socio-economico legati all’innovazione, sociale e tecnologica. I diversi contributi raccolti da Marianna d’Ovidio e Chiara Rabbiosi prendono in esame il diffondersi della cultura Maker e degli spazi del making, spazi dedicati alla fabbricazione digitale, promotori di una logica di condivisione del sapere, della produzione collaborativa e della democratizzazione dei processi produttivi. Il volume, tra i pochissimi in italiano sul tema, indaga i Makers in quanto fenomeno urbano, analizzandone tre aspetti fondamentali: la relazione fra Makers e città in una dimensione più generale, la rilevanza dei Makers come nuovi attori economici e, infine, Makers e spazi del making come oggetto di politiche pubbliche da parte dell’Amministrazione Comunale.
Per quanto riguarda i dati derivanti dall’indagine empirica, i contributi prendono in esame principalmente il caso milanese, salvo due capitoli, entrambi a cura di Marc Pradel, sul caso Barcellona (esempio europeo dell’adozione di politiche pubbliche a favore dei Makers, in un’ottica di intervento volto al riutilizzo di spazi in disuso e alla rigenerazione di quartieri e città) e un capitolo di Cecilia Manzo dedicato a un’indagine nazionale sui laboratori. Milano, infatti, rappresenta certamente un terreno fertile per indagare il fenomeno, sia alla luce del numero consistente di laboratori dedicati al making sia in considerazione dell’attenzione che l’Amministrazione comunale riserva a questa nascente realtà.
Nella prima sezione, dedicata alle relazioni, Chiara Rabbiosi, Letizia Chiappini e Guido Anselmi prendono in esame sia le relazioni che i laboratori instaurano con il quartiere nel quale si situano sia i rapporti che i Makers intessono fra loro all’interno di questi spazi e nelle comunità online di cui entrano a far parte. Se da un lato emergono le contraddizioni di spazi fortemente ispirati a valori di comunità ma le cui relazioni di prossimità all’interno del quartiere in cui si situano appaiono fragili, dall’altro la rilevanza della prossimità online sembra necessitare di un completamento dato dalla “densità” delle relazioni interpersonali nello spazio urbano. I Fablab e i Makerspace sembrano però in grado di intessere relazioni significative con una comunità urbana più ampia, instaurando collaborazioni con scuole o fornendo consulenze ad aziende. Per farlo, i Makers paiono aver interiorizzato quella autoimprenditorialità che è oggi cifra distintiva di molte professioni del settore creativo, facendo leva sulla costruzione di fiducia e reputazione per muoversi all’interno di un ecosistema produttivo sempre più caratterizzato da rapporti di orizzontalità.
La seconda sezione esplora, invece, le ricadute economiche dei Makers. Cecilia Manzo e Marianna d’Ovidio si interrogano, rispettivamente, sul ruolo di Makerspace e Fablab come beni collettivi locali, sulla capacità degli spazi del making di promuovere un sapere e una produzione aperti e condivisi e, infine, sul potenziale che questi possono rappresentare in territori caratterizzati da una manifattura di tipo tradizionale. Manzo, ripercorrendo la genesi dei laboratori Maker, mette in luce come essi fossero inizialmente legati non tanto al mondo manifatturiero, quanto a quello dell’open source e del digitale, ponendosi come promotori di una “democratizzazione” dell’innovazione, che è alla base della loro evoluzione in spazi di produzione di esternalità economiche e sociali per il territorio. Questa etica dell’openness è ulteriormente indagata da d’Ovidio, che la mette in relazione con la diffusione di una cultura della produzione collaborativa: l’open knowledge promossa dai Makers può essere supportata, secondo l’Autrice, da azioni istituzionali mirate.
Nell’ultima sezione i contributi di Stefano Di Vita e Marc Pradel Miquel indagano il ruolo delle politiche urbane a supporto dei Makers, rispettivamente a Milano e a Barcellona. Se in un primo momento, nel sorgere dei laboratori di making a Barcellona spinte di auto-organizzazione dal basso si intrecciano con gli interventi dell’Amministrazione nel quadro di una promozione della smart city, il cambio di Amministrazione inquadra i Makers in politiche ispirate ai temi dell’innovazione sociale e dell’uguaglianza di opportunità. Anche l’Amministrazione milanese, a partire dal 2011, ha variamente supportato i laboratori attraverso finanziamenti diretti e indiretti, in un’ottica di riqualificazione urbana e promozione di spazi d’innovazione: Makerspace e Fablab sono entrati a far parte delle strategie per Milano smart city prima e, successivamente, sono stati interpretati come uno dei nodi territoriali attraverso cui far passare politiche di sviluppo urbano volte alla trasformazione del capoluogo lombardo in “Sharing City”.
Quasi ad incoraggiare il lettore a proseguire l’analisi, Serena Vicari e Corinna Morandi, in un dialogo ricco e stimolante, si interrogano da un lato sulle condizioni che abilitano l’emergere dei Makers a livello urbano, dall’altro sul ruolo che essi possono svolgere per la città. In conclusione, il volume è di sicuro interesse per chi, approcciandosi a questo fenomeno, avverte la necessità di orientarsi nel complesso e variegato mondo dei Makers, sia esplorandone le ricadute socio-economiche a livello urbano sia dando all’analisi del diffondersi di queste pratiche una lettura che evidenzi come i Makers siano un fenomeno che dall’urbano trae parte della sua linfa vitale. In particolare, il lettore troverà nella varietà dei contributi un interessante spunto per indagare un fenomeno che racchiude in sé alcune tra le principali questioni che il geografo urbano si trova oggi a dover affrontare: quale legame intercorre tra innovazione e spazi urbani? Come può l’attore pubblico facilitare un rapporto sinergico e virtuoso tra questi? Come cambia il lavoro oggi nei centri urbani? Che rapporto c’è tra tecnologie e nuovi spazi del lavoro? In che modo la città diventa terreno fertile per tessere relazioni? E, infine, quali ricadute hanno queste nuove esperienze di organizzazione del lavoro sui quartieri e sulla comunità tutta?
Tuttavia, non bisogna dimenticare che le riflessioni teoriche che emergono derivano in maniera consistente da un’indagine empirica del contesto milanese, che, proprio per il suo fermento, costituisce da un lato un perfetto campo di indagine per un’analisi del fenomeno attraverso una lente urbana, dall’altro un contesto le cui peculiarità sono difficilmente riscontrabili altrove. Sia Milano che Barcellona sono ben lontane dall’essere quelle ‘ordinary cities’ che nel 2006 Jennifer Robinson esortava ad indagare; la stessa Marianna d’Ovidio, evidenziando come “resti ancora poco esplorato il caso della penetrazione della manifattura digitale in aree a economia tradizionale e poco avanzata” (p. 86) esorta, dunque, ad ampliare la ricerca empirica con contributi che vadano al di là di contesti ad economia post-fordista matura. Infine, come ben sottolinea Pradel, la forte eterogeneità del fenomeno costituisce un dato di fatto ineludibile per il ricercatore: “esistono […] una serie di spazi che si definiscono come laboratori maker pur presentando grandi differenze tra di essi oppure spazi che non si definiscono nemmeno come tali ma che possiedono formalmente alcune delle loro caratteristiche” (p. 125). Per questo motivo, è necessario tenere a mente, come esorta Corinna Morandi, che “c’è anche un problema di definizione, di riconoscibilità del “nuovo”. Non sappiamo ancora bene di cosa stiamo parlando” (p. 143). L’auspicio è, dunque, quello di andare al di là della retorica sui Makers, “molto lontana dalla realtà” (p. 149) e “indagare in profondità se, e fino a che punto, il making […] sia davvero in grado di stimolare dei processi di innovazione economica, sociale e spaziale” (p. 16).