Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale

di Sandro Mezzadra e Brett Neilson
Il Mulino, 2014

In Europa, in Asia, nel Pacifico, nelle Americhe, i confini e le terre che li circondano sono oggi scenario di forti tensioni, di lotte violente e di tragedie umanitarie. Basta pensare alle morti, spesso senza nome, dei migranti che vanno in cerca di un futuro sfidando le acque del Mediterraneo o il deserto tra Messico e Stati Uniti. I moderni processi di globalizzazione non hanno affatto creato un mondo senza barriere, e hanno anzi generato una vera moltiplicazione di confini. Il libro ne traccia l’intricata mappa, indagando gli effetti che tale dinamica produce sul lavoro, sui movimenti migratori e sulla vita politica. Sullo sfondo della crisi e della trasformazione dello Stato-nazione, sono i concetti stessi di cittadinanza e sovranità a essere ridefiniti.


Recensione (di Paolo Cuttitta):

Gli ultimi decenni hanno visto crescere enormemente l’interesse scientifico nei confronti dei confini. Per lungo tempo, nonostante le occasionali incursioni nel campo di studiosi di diversa estrazione (primo fra tutti Simmel, che ne comprese la natura di “fatti sociologici”), lo studio dei confini era non soltanto rimasto essenzialmente appannaggio delle discipline geografiche, ma aveva anche rivolto il proprio sguardo quasi esclusivamente ai confini territoriali, segnatamente quelli degli stati. Solo nell’ultima parte del secolo scorso, nel solco di alcuni lavori pionieristici (come quelli di Barth e Anzaldúa), l’attenzione nei confronti di altri tipi di confine ha cominciato a crescere significativamente, coinvolgendo i più svariati ambiti delle scienze umane e sociali. Ormai, quindi, l’attenzione della ricerca è dedicata sempre più alle interazioni tra i confini territoriali – in primo luogo quelli statali – e i confini sovraterritoriali (identitari, simbolici, mentali). Gli uni e gli altri vivono ormai da qualche decennio, in correlazione con l’accelerazione dei processi di globalizzazione, una formidabile accelerazione dei processi di ricambio, rigenerazione e riposizionamento.
Insieme alla preminenza dei confini statali, a essere messa in discussione, nell’evoluzione dei border studies, è anche la posizione dominante dello stato, inteso troppo spesso non solo come contenitore stagno (di società, di identità, di sistemi normativi) ma anche come unica prospettiva da cui affrontare la ricerca. Come affermano Mignolo e Tlostanova, la sfida del ventunesimo secolo è infatti riuscire a pensare dal confine stesso, assumendolo come prospettiva epistemologica, ancor prima che come luogo e oggetto di ricerca. Il confine, allora, può diventare il metodo con il quale interpretare la realtà, il punto di partenza privilegiato per una riflessione sulla complessa e multiforme rete di dispositivi di inclusione ed esclusione che caratterizzano le dinamiche politiche e sociali dei nostri tempi.
Sandro Mezzadra e Brett Neilson partecipano ormai da tempo a questa sfida. Il loro ultimo contributo in tal senso è un corposo e stimolante libro, Border as Method, uscito nel 2013 e recentemente tradotto in italiano (Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino, Bologna 2014). Della complessa istituzione sociale del confine i due autori tengono a evidenziare, innanzitutto, la funzione al tempo stesso esclusiva e inclusiva, chiamando in causa Agamben e prendendo le distanze da letture unicamente negative del confine, tendenti a sottolineare soltanto il potere di impedire l’accesso, di escludere, di segregare ovvero quello diametralmente opposto di accogliere, includere, comprendere.
Del resto, il mondo nelle sue diverse dimensioni – quella del potere politico ed economico, quella delle relazioni internazionali, quella culturale e identitaria, e persino quella giuridica – è ormai sempre meno leggibile secondo le categorie perentorie del dentro e del fuori, dell’interno contrapposto all’esterno, dell’appartenenza contrapposta all’esclusione. Il fatto che la funzione produttiva del confine sia ben più articolata e complessa di quanto la dicotomia dentro/fuori possa suggerire è esemplificato dalle politiche di gestione delle migrazioni. In tale campo appaiono evidenti le diverse gradazioni dell’esclusione e dell’inclusione cui va incontro chi attraversa i confini o tenta invano di farlo: dalla suddivisione preventiva in categorie (migrante economico, rifugiato, irregolare, regolare) all’attribuzione di status giuridici differenziati che sempre più numerosi intervengono a moltiplicare la varietà, a sancire la disomogeneità delle compagini sociali contemporanee. Il concetto di inclusione differenziale, illustrato nel quinto capitolo del libro, serve a comprendere, appunto, l’ampio e variegato spazio intermedio tra i due estremi del dentro e del fuori.
Le migrazioni sono terreno ideale anche per cogliere le trasformazioni della mappa del potere, anzi, per comprendere quanto (e qui l’analisi degli autori richiama quella di Sassen) una mappatura del potere appaia sempre più problematica nel contesto dei nuovi e mutevoli assemblaggi di territori, autorità e diritti, nei quali sovranità statale e governamentalità coesistono e interagiscono con l’azione autonoma dei migranti, e certe catene promiscue di produzione del sapere sulle migrazioni (anche tramite il ricorso a retoriche come quella umanitaria o dello sviluppo) favoriscono l’affermazione di un approccio manageriale e perciò depoliticizzato alla gestione del fenomeno (ma forse, più che di de-politicizzazione, si potrebbe parlare di ri-politicizzazione: può, infatti, davvero dirsi che il carattere politico del potere stia venendo meno? Non si tratta piuttosto e più semplicemente di un cambiamento delle forme, dei modi e degli spazi in cui il carattere politico del potere si esprime?).
Le lotte e i conflitti sociali sono un’altra chiave privilegiata dagli autori per leggere il mondo dalla prospettiva del confine. Essi, infatti, sono sempre segnali di confine, spie della differenza, anzi: della difficoltà di superare l’impatto prodotto dall’incrocio tra differenze – siano esse espresse in forma territoriale o sovraterritoriale.
Per supportare, illustrandole attraverso esempi concreti, le loro riflessioni, Mezzadra e Neilson ci accompagnano in un viaggio attraverso i continenti: dai tassisti di New York (con i quali si apre la riflessione introduttiva sulla proliferazione ed eterogeneizzazione dei confini) al mercato informale La Salada alla periferia di Buenos Aires (in cui lavoratori migranti e commercianti danno vita a una realtà non di solo confinamento e sfruttamento ma anche di lotta e di partecipazione); dall’ufficio per la gestione dell’immigrazione istituito dall’Unione Europea a Bamako (che illustra come si stiano raffinando le tecniche per la selezione della forza lavoro) alle banlieues parigine (che dimostrano come i meccanismi di separazione e segregazione spaziale vadano spesso a braccetto con quelli di sospensione temporale); dall’Australia (il cui sistema di immigrazione legale produce, tra l’altro, il fenomeno dello sfruttamento intraetnico imposto dai vecchi ai nuovi immigrati) alle fabbriche di Shenzhen (nelle quali particolari confini interni si incrociano con la dimensione del genere).
Come si intuisce sia da questi esempi, sia dal sottotitolo del libro, il lavoro è, accanto al confine, l’altro filo conduttore del volume. Insieme ai confini – e per mezzo di essi – anche il lavoro si moltiplica e si differenzia, e conferma di essere a sua volta produttore di differenze. Il movimento della forza lavoro (qui gli autori prendono come riferimento Marx) è elemento centrale di ogni processo di riconfigurazione dei confini, mentre questi, a loro volta, sono essenziali per la circolazione del capitale e l’espansione dei suoi orizzonti. I confini, allora, sono in ultima analisi un metodo del capitale.
La scelta dell’editore di cambiare il titolo dell’edizione italiana (da Border as Method a Confini e frontiere) lascia perplessi non solo perché cancella l’importante riferimento al metodo (il confine come metodo epistemologico e il confine come metodo del capitale) ma anche perché può apparire come una riproposizione acritica della classica distinzione tra confini (linee statiche e prive di profondità) e frontiere (aree dinamiche e dotate di estensione). L’ambiguità di tale distinzione (che peraltro mantiene, naturalmente, la sua importanza analitica) è stata ormai da tempo compresa: ogni linea di confine può infatti manifestarsi, operativamente, ben al di là e ben al di qua del suo tracciato di demarcazione, rivelando la propria insopprimibile natura zonale e la propria tendenziale ubiquità. Se la presenza, in certe lingue, di più termini per tradurre l’idea di confine (in inglese: border, boundary, frontier) dà la misura della ricchezza e complessità del concetto, il fatto che altre lingue non sprechino più di un sostantivo (in tedesco: Grenze) fa capire che, in fin dei conti, stiamo parlando sempre della stessa cosa. Si tratta, tuttavia, di qualcosa che può assumere diverse forme e modalità operative nel tempo e nello spazio, articolarsi in dimensioni diverse e multiple all’incrocio tra territorialità e sovraterritorialità, imporsi come “luogo” relazionale indipendente dalle tradizionali coordinate spazio-temporali di fissità e continuità dei limiti territoriali degli stati, riconducendo la molteplicità di differenti e mutevoli relazioni, discorsi, pratiche in un concetto dai toni cangianti, caleidoscopico nelle sue innumerevoli sfaccettature, come suggerisce la recente rielaborazione dell’idea di confine come borderscape. Il “metodo” del titolo originale invoca proprio questa idea: un’idea che supera, inglobandola, le contrapposizioni nette tra dentro e fuori, tra confini e frontiere.